Dracula e la malattia – 1

Che “Dracula” sia “un’opera mondo”, come la definisce Franco Pezzini in molti suoi saggi e articoli, mi è più chiaro che mai in questi tempi di pandemia da Covid-19.

Se infatti è vero che il legame fra epidemie e vampirismo si rintraccia già nel folklore europeo (per esempio nella figura del “masticatore di sudario”, il Nachzehrer), nei testi medievali come il famigerato “Malleus Maleficarum” di Institor e Sprenger e perfino nei resoconti della grande epidemia vampirica del Secolo dei Lumi, è altrettanto vero che il rapporto causa-effetto fra vampiro e malattia viene recuperato e fissato nel nostro immaginario dalla letteratura, prima, e dal cinema, poi.

Scena della Peste dal film “Nosferatu, il principe della notte” di Werner Herzog (1979)

Laddove, almeno fino alla Rivoluzione Francese, il dilagare di un morbo – la Peste, in particolare – veniva visto (e spiegato al popolo, soprattutto dal potere ecclesiastico) come una punizione divina per i peccati commessi dal singolo o dal gruppo, prevedendo un intervento da parte dell’autorità militare e religiosa (il Trono e l’Altare, che agivano anche nei casi di vampirismo), successivamente la malattia inizia a svelare i suoi reconditi legami con un potere ben diverso, basato sulla conoscenza (scientifica, o presunta tale), sul possesso delle informazioni e sull’utilizzo di tali informazioni da parte dell’esperto di turno per gestire la situazione e riportarla in equilibrio, insomma, per trovare la cura.

In “Dracula”, perciò, abbiamo un morbo vampirico rappresentato dal Conte e un antagonista che cerca una cura, Van Helsing, che infatti è un medico e non un prete. Anzi, Van Helsing è qualcosa di più: uno scienziato d’altri tempi, un medico-filosofo-teologo che non si limita al dominio della fisica, ma sconfina, se necessario e, quindi, in modo molto pragmatico, apparentemente anti-ideologico, nella metafisica (e non solo quella di tipo aristotelico), utilizzando senza paura le tecniche più moderne insieme a quelle più arcaiche.

Ma andiamo con ordine.

I VOLTI DEL MALE

Nel romanzo di Stoker la malattia compare nei suoi tre aspetti di base: fisica, psichica e spirituale (ma anche: sociale); essa si manifesta tramite l’isteria, la consunzione e il deperimento (di Lucy e di Mina) che rimandano a morbi come la tubercolosi e la sifilide; la depressione e la nevrastenia (di Jonathan), i disturbi di personalità (di Seward e Van Helsing, strettamente legati al tema del doppio) la mania (di Renfield); il decadimento morale della società londinese repressa, sessuofobica, classista e fondamentalmente avida, che sfoga, invece, il suo “mal-essere” attraverso una sintomatologia che comprende omicidi e atti di violenza nei confronti dei più deboli (vecchi, donne e bambini).

Scena dalla miniserie TV “Dracula” di Mark Gatiss e Steven Moffat (2020)

In tutto questo, il Conte rappresenta l’agente patogeno occulto, il mostruoso “trasformista” (un virus! Ma anche un cancro…) che arriva silenziosamente in Europa dall’Oriente a bordo di una nave, come secoli prima faceva la Peste, mentre a Jonathan Harker tocca la parte del “paziente zero” (con una divertente somiglianza al caso del manager di ritorno dalla Cina che viene inizialmente identificato come portatore in Italia del Covid-19) grazie al quale il flagello vampirico si insinua in Occidente.

Harker, infatti, si reca in Transilvania per lavoro ed è usando il suo desiderio di migliorare la propria situazione economica, di ottenere una promozione e sposarsi con Mina (tutti ideali borghesi) che Dracula (aristocratico e libertino, quindi anti-borghese) riesce a portare a termine un passo fondamentale per il suo piano di conquista e sovversione: comprare una residenza in Inghilterra. Come a dire: il morbo che in seguito colpirà principalmente i “soggetti deboli”, cioè le donne (siamo nell’Ottocento!), all’inizio si serve di un organismo ospite “d’élite” (un maschio) per transitare da un sistema all’altro e crearsi una base di partenza.

Hutter (i.e. Harker) mangia di gusto alla tavola del Conte, ma sta per tagliarsi un dito… Scena dal Nosferatu di Murnau, del quale ricorre il centenario (1922)

E qui, relativamente ai personaggi maschili, da buon avvocato, Stoker fa entrare in gioco anche il tema della responsabilità: se le donne (al netto di Mina) sono presentate come “soggetti deboli” e quindi, come tali, non possono essere colpevolizzate per la loro naturale arrendevolezza al morbo, Harker invece è un uomo e, oltretutto, non è un “paziente zero” ignaro dei rischi che la malattia vampirica comporta. Anzi, egli è persona più che informata dei fatti, uno che è riuscito a scampare alla trappola mortale di Castel Dracula, a riprendersi miracolosamente dal morbo e a rientrare in patria dopo una lunga convalescenza.

Jonathan Harker più morto che vivo dopo l’esperienza a Castel Dracula. Scena dalla miniserie TV di Moffat e Gatiss per BBC One e Netflix (2020)

Tuttavia, sappiamo che Harker, forse perché desidera solo dimenticare, o perché il contatto con l’agente patogeno ha lasciato nella sua psiche strascichi profondi che, talvolta, gli impediscono oggettivamente di condurre un’esistenza normale e razionale, o ancora, perché si vergogna di quello che è successo a Castel Dracula (inammissibile per un avvocato inglese di fine Ottocento e per giunta in carriera) e teme di essere rifiutato da Mina e preso per matto (e quindi di perdere la sua rispettabilità), invece di chiedersi che fine possa aver fatto il mostro che voleva sbarcare nel suo Paese e lanciare l’allarme appena le forze glielo consentono, preferisce tacere. Non solo, cosa ben peggiore, chiede a Mina di fare lo stesso:

Lettera di Mina Harker a Lucy Westenra, Budapest, 24 agosto

Carissima Lucy, (…) Ho trovato il mio caro, vedessi quanto magro, pallido, l’aria esausta! (…) Non è che un rottame di se stesso, e non ricorda nulla di quel che gli è accaduto da molto tempo a questa parte. (…) Suor Agatha, che è una cara persona e un’infermiera nata, mi ha raccontato che, quand’era fuori di sé, farneticava di cose spaventevoli. Avrei voluto che me le riferisse, ma lei s’è limitata a segnarsi (…) Ora sono al suo capezzale, e posso osservarlo bene mentre dorme. Si sta svegliando! Riaperti gli occhi, mi ha chiesto della sua giacca, perché voleva cercare qualcosa in tasca (…) C’era anche, ho notato, il suo taccuino, e stavo per chiedergli di permettermi di darvi un’occhiata – perché ho capito subito che avrei trovato il bandolo della matassa ma (…) mi ha spedito alla finestra, con la scusa che doveva fare qualcosa in segreto. Poi mi ha richiamata, e l’ho visto con la mano sul taccuino; mi ha detto con tono quanto mai solenne: “Wilhelmina (…) Come tu sai, ho avuto una febbre cerebrale, il che equivale a dire che avevo perduto la ragione. Il segreto è qui dentro, e io non voglio più saperne. Desidero iniziare subito una nuova vita con il nostro matrimonio. (…) Sei disposta, Wilhelmina, a condividere la mia ignoranza? Questo è il diario, prendilo e conservalo, leggilo se vuoi, ma non parlarne mai; a meno, beninteso, che per un dovere imprescindibile mi costringa a riandare con la mente a quelle ore amare (…).

Mina, pur subodorando (in parte) cosa c’è sotto, si comporta da brava moglie e obbedisce (ma Stoker in questo non ci vede nulla di male: la signora Harker passa il suo tempo a proteggere maternamente il marito e quindi è scontato che il suo silenzio “complice” sia funzionale a evitare uno scandalo), almeno finché la situazione intorno non precipita e, oltre alle morti di Lord Godalming, Peter Hawkins e Mrs Westenra, anche la povera Lucy, nonostante (o a causa di) trasfusioni e ghirlande d’aglio, soccombe al morbo vampirico. Nel frattempo, inoltre, il virilissimo marito comincia a passare le notti in bianco e a sbarellare pure durante il giorno, vessato da una nevrastenia (o da un senso di colpa?) in rapido peggioramento, che rischia di far fare una pessima figura in pubblico anche alla signora.

CONTAGIO E PREGIUDIZIO

A proposito della triste vicenda di Lucy, interessanti sono alcuni passi che descrivono la sua lunga agonia, la quale avviene sotto occhi esclusivamente maschili, perché rimandano (come per Harker) al concetto di malattia come stigma sociale.

È questo il caso del morbo venereo, la sifilide, che si manifesta in maniera subdola e che corrompe la signorina di buona famiglia (ma troppo allegra e spigliata e, quindi, di fatto, perduta), obbligando il medico a una riservatezza che ne preservi, specialmente dopo morta, la dignità. Per questo motivo – osserva Franco Pezzini ne “Il Conte Incubo – Tutto Dracula, Vol. I” – i morsi sulla gola di Lucy, che richiamano le ulcere prodotte dalla lue, vengono pietosamente coperti da Van Helsing con un fazzoletto di seta.

Lucy Westenra cerca di togliersi il collare d’aglio. Scena dal Dracula di F.F. Coppola (1992)

Non solo, l’ipotesi che in un mondo reale la povera Lucy sia morta di sifilide è sostenuta anche dal fatto che, in una scena speculare a quella nella quale Dracula vieta alla bionda vampira di baciare Jonathan, Van Helsing a sua volta impedisce con veemenza a Arthur di baciare la fanciulla morente.

Diario del dottor Seward, 20 settembre

(…) Lucy mai era parsa così bella, le linee morbide del volto pari all’angelica dolcezza degli occhi. Poi, lentamente, le palpebre le si sono chiuse, ed è sprofondata nel sonno. Per qualche istante, il seno le si è sollevato piano, e il respiro era quello di un bimbo stanco. Poi, quasi insensibilmente, ecco intervenire quella strana metamorfosi che avevo notato durante la notte. Il respiro le si è fatto affannoso, la bocca le si è aperta, e le pallide gengive raggrinzite hanno fatto risaltare i denti più lunghi e aguzzi che mai. (…) Lucy ha riaperto gli occhi, che erano opachi e duri insieme, e ha detto, con una voce dolce, voluttuosa, che mai le avevo udito uscire dalle labbra: “Arthur, oh, amore mio! Sono così contenta che tu sia venuto! Baciami!” Arthur si è chinato avidamente a baciarla, ma proprio in quella Van Helsing, il quale al par di me era rimasto sorpreso all’udire quel tono di voce, gli è piombato addosso e, afferrandolo per la collottola con una violenza e una forza che mai avrei supposto in lui, l’ha letteralmente gettato dall’altra parte della stanza.

Il timore (e l’orrore) del contagio sono ripresi da Stoker anche in un’altra famosa scena, quella nella quale Mina, dopo essere stata forzata a bere il sangue del Conte, realizza di essere stata contaminata.

La signora Harker ha avuto un altro brivido ed è rimasta in silenzio, appoggiando il capo al petto del marito. Quando lo ha alzato, la bianca camicia da notte di lui è apparsa macchiata di sangue nel punto in cui era stata toccata dalle labbra di lei (…). non appena Mina se n’è accorta, si è ritratta esalando un gemito e ha balbettato, mezzo soffocata dai singhiozzi: “Contaminata, contaminata! Non potrò più né toccarlo né baciarlo. Oh, perché proprio io dovevo divenire la sua peggior nemica, colei che più ha motivo di temere?

Qui Stoker rievoca un altro spauracchio dell’età vittoriana oltre alla sifilide, e cioè la tubercolosi, e sempre nel Diario del dottor Seward del 3 ottobre, un resoconto piuttosto denso di avvenimenti e punto chiave del romanzo, assistiamo anche all’intervento di Van Helsing sulla scatola cranica del povero Renfield, terrificante esempio di una modalità di trattamento della malattia mentale che all’epoca, nei manicomi, non era infrequente.

[CONTINUA…]

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