Leptirica, la Donna Farfalla

Nell’ambito della mia ricerca su streghe e altre manifestazioni della Dea mi imbatto in un film alquanto singolare, definito dai cinefili come “il primo horror serbo” (trattandosi di una pellicola del 1973) e che a buon diritto rientra nella categoria del folk-horror, per altro in voga all’epoca anche fuori dalla ex-Jugoslavia (basti pensare a “The Wicker Man” di Robin Hardy, dello stesso anno).

“Leptirica” (“Farfallina”) di Đorđe Kadijević , infatti, condensa in circa un’ora una discreta quantità di riferimenti al folklore slavo, non limitandosi alla storia vampiresca ma allargando la visione sugli antichi culti pagani e le figure mitiche ad essi connesse, con un interessante accostamento fra vampirismo, licantropia e temi arcaici.

UNA NOVELLA DELL’OTTOCENTO

Il film trae ispirazione dalla novella ottocentesca di Milovan Glišić “Posle devedeset godina”(“Dopo novanta anni”), scritta nel 1880, quindi diciassette anni prima del “Dracula”di Stoker, nella quale si narra la storia di Sava Savanović, il vampiro più famoso di Serbia, che tutt’oggi compare nei racconti popolari e perpetua una leggenda di amore e morte perché come vedremo fra poco, intreccia la propria vicenda a quella di due giovani amanti, Strahinja e Radojka, osteggiati dal padre della fanciulla nel convolare a nozze.

Edizione inglese del racconto, reperibile su Amazon

Secondo la leggenda ripresa da Glišić nel suo racconto Sava è un mugnaio del Settecento che vive in un mulino ad acqua nei pressi di uno sperduto villaggio sulle rive del fiume Rogačica, al confine tra Serbia e Bosnia.

Savanović non dev’essere uno stinco di santo nemmeno da vivo se, come riferiscono le cronache orali, è solo come un cane e chi va al suo mulino per farsi macinare il grano difficilmente ritorna a casa. Succede, però, che un giorno egli venga trovato morto e, trattandosi di un’anima potenzialmente pericolosa (secondo il folklore slavo assassini, stregoni e eretici hanno la predisposizione a tornare a molestare i vivi in veste di vampiri et similia) gli si appronta una sepoltura il più possibile lontana dal consesso umano.

Sava Savanović presso il suo mulino. Immagine tratta dal sito: http://draculahistoryandmyth.com/vampire-on-the-loose-in-serbia/

Passano gli anni e il mulino di Sava, ormai abbandonato e considerato luogo stregato, viene usato di tanto in tanto solo da qualche temerario che ha bisogno di portarsi via un paio di sacchi di farina per sfamare la famiglia e che, invariabilmente, muore ammazzato.

LA MORTE E LA FARFALLA

Ma torniamo al film di Kadijević nel quale l’azione inizia, appunto, quasi un secolo dopo la morte di Sava.

Il ricco contadino Zivan porta un sacco di grano da macinare al mulino di Sava, dove adesso lavora Vule. Il mugnaio sta facendo un pisolino perché dice, il rumore ipnotico della ruota gli fa venire sonno. Mentre si passano una borraccia di liquore (Zivan non beve e forse la sonnolenza di Vule non è dovuta solo al rumore), i due parlano della raccolta alla quale ha partecipato un sacco di gente e questo ci fa capire che siamo in mezza estate, dopo che il grano è stato mietuto.

Improvvisamente, si sente il verso di un uccello (un barbagianni, una civetta?) e Vule corre fuori dal mulino maledicendo la creatura.

Zivan chiede al mugnaio quando potrà ritirare la farina e Vule risponde che sarà pronta l’indomani mattina: passerà la notte al mulino, da solo. Di cosa dovrebbe aver paura?

È in quel momento che vediamo per la prima volta Radojka, la bella figlia di Zivan: è su di una collina, intenta a pascolare le pecore. Vule la ammira da lontano e, allargando le braccia, dice: “Guardala! Sembra una farfalla!

Photo by Pixabay on Pexels.com

Nelle culture antiche, compresa quella mediterranea dalla quale anche gli Slavi hanno attinto, la farfalla rappresenta l’anima dei defunti e presso i russi, ad esempio, vi è la credenza che essa possa lasciare il corpo in forma di uccello – un uccello notturno nel film, a giudicare dallo stridore (e quindi si tratta di una strix) – o, appunto, di una farfalla.

Farfalla che è collegata anche al mito di Baba Yaga (la strega del folklore russo) e al termine ‘babochka’ (nonnina). Secondo un’antica credenza, infatti, se si vede una farfalla che sbatte le ali, quella è l’anima di una nonnina… più o meno terrifica.

Sai” – dice la mia amica Katarina, fonte ricchissima di informazioni sulle tradizioni popolari serbe – “da noi quando muore qualcuno si mette una zolletta di zucchero bianco sulla finestra. Le vecchie case serbe sono dotate di doppia finestrata, come a Trieste…La zolletta è un’offerta per l’anima del morto, che si crede si presenti nei primi giorni dopo la dipartita in forma di farfalla bianca.” E aggiunge: “Zucchero, farina e sale. Se ci pensi, è il bianco essenziale per la vita, che fa da ponte fra vivi e morti.

Leptirica (1973), una scena del film

Infatti, all’inizio della scena in cui Sava aggredisce Vule e che viene ripetuto ogni volta che il vampiro sta per manifestarsi, in aggiunta alla fisionomia del mostro, che è in tutto e per tutto un vukodlak, ovvero una creatura coperta di pelo e armata di zanne, una specie di mix tra lupo mannaro e vampiro, è presente un altro particolare interessante che rimanda alla figura folklorica in questione: una mano unghiuta tocca la farina, ne prende un pizzico e lo fa scorrere fra le dita come se volesse contaminarla. È questo, infatti, uno degli effetti per i quali il vampiro folclorico è così temuto: oltre a succhiare il sangue dei vivi e seminare pestilenze, il vukodlak inacidisce il latte, attacca la muffa alla farina, sfinisce il bestiame. Rappresenta l’arrivo della malattia, della carestia e della morte all’interno di una comunità.

LA FANCIULLA FATATA

Il tema arcaico della farfalla serve alla narrazione come presagio di morte e, come c’è da aspettarsi, nottetempo Vule viene assalito da Sava e ucciso.

Il paesano che ha trovato Vule riverso sulla farina in un lago di sangue scappa dal mulino in preda al terrore e, arrivato nel villaggio, racconta quello che ha visto. A questo punto, però, seguendo l’alternanza di scene rappresentative di morte e vita che ci accompagnerà lungo tutto il film, Kadijević ci fa rivedere Radojka.

Radojka (Leptirica, 1973)

La fanciulla – il cui nome, spiega ancora Katarina, significa “generosa”, “colei che dona” – è la kore, la Dea nel suo periodo primaverile quando, in sintonia con la Natura, è pronta a offrire i propri doni. Radojka in questa fase è Persefone prima di essere rapita e portata agli Inferi ma in lei sono già presenti – seppure ancora in potenza – tutti gli aspetti del femminino, compresi quelli più selvaggi e oscuri. Come una ninfa (o una fata) colta di sorpresa, Radojka viene raggiunta da Strahinja (il cui nome, invece, significa “colui che teme, che ha paura” e di questo suo carattere parleremo a breve) e capiamo che i due sono invaghiti l’uno dell’altra. Ma c’è un problema: Zivan non guarda con favore a Strahinja e Radojka racconta che è talmente afflitta da aver pensato di farla finita buttandosi nel fiume.

Rusalka – Autore sconosciuto – Burghauser, Jarmil: Antonín Dvořák, p. 101, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4976697

In quella che può sembrare un’esternazione romantica di disperazione per un amore contrastato risuona nuovamente un presagio e troviamo l’ennesimo contatto con il mito: la morte per acqua di una fanciulla, infatti, ci porta dritti alla figura della Rusalka e, di conseguenza, alla Dea che inizia ad adombrarsi e che, compiuto il processo di maturazione e oscuramento, sarà colei che nel pantheon slavo è Morana (Marzanna), la signora dell’Oltretomba e del freddo senza fine: una variante di Ecate.

Nel folklore slavo la Rusalka è uno spirito femminile che può apparire seducente, esattamente come Radojka, con lunghi capelli e vestita di bianco, mentre nel suo aspetto ‘demoniaco’, assume i caratteri della sirena, della banshee o della lavandaia notturna, ovvero dello spirito di una donna suicida o uccisa per annegamento, che tira brutti scherzi agli umani ed è foriera di sventura.

Le Vile, opera di Bartolomeo Giuliano (1906). Di Fondazione Cariplo, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16436462

Ma non basta: il personaggio di Radojka richiama anche un’altra schiera di spiriti della Natura, le Vile. Le Vile sono creature fatate presenti nel folklore di tutti i Balcani e innumerevoli sono le leggende che le vedono protagoniste. Nell’epica serba ogni eroe ha come “sorella di sangue” una Vila, spesso rappresentata come una bellissima fanciulla dai lunghi capelli biondi.

Le Vile possono appartenere all’Aria, alle Montagne o alle Acque. Sono parenti strettissime delle Fate della tradizione occidentale e delle Ninfe del mondo classico. Come queste, mantengono un lato oscuro, che si manifesta nell’avere parti del corpo (i piedi) di animali, nell’attirare incauti umani in danze sfrenate e senza fine, nel cavalcare tutta la notte, fino a sfinire i cavalli (motivo che viene ripreso nei racconti di streghe diffusi in tutto il Mediterraneo e sull’arco alpino).

È sempre Katarina a raccontarmi che

Nel folklore serbo una delle fate più famose è la vila Ravijojla; si dice che viva sulla Gola planina, si prenda cura delle ragazze abbandonate dai genitori e le “prepari” ad essere fate. Radojka e Ravijojla si somigliano come nomi … Ancora oggi in Serbia se vediamo una donna con i capelli biondi lunghi subito la soprannominiamo Ravijojla.

L’EROE CORAGGIOSO

Mentre i due amanti sono distesi fianco a fianco in una radura, arriva Zivan e Radojka dice a Strahinja di andarsene. Il ragazzo sulle prime non vuole ma la fanciulla lo supplica e così si allontana mentre Radojka viene rimproverata da Zivan, che la spedisce a casa.

Strahinja e Radojka (Leptirica, 1973)

La scena cambia ancora una volta: ritorniamo nel villaggio dove gli uomini parlano sul da farsi dopo quello che è successo a Vule. Sono tutti preoccupati, compreso il prete: è il quarto mugnaio assassinato in un anno. Per alcuni è chiaro che Sava Savanović è tornato e che bisogna annientare il vukodlak. Qualcuno, però non è d’accordo: non esiste nessun Sava Savanović come non esiste nessun vampiro o lupo mannaro e esorta gli altri a tornare al mulino per capire cosa farne. Vule è morto come muoiono tutti gli esseri umani quando viene la loro ora ma adesso il vero problema è come faranno a macinare il grano: non possono bruciare il mulino perché sono a corto di farina.

Qualcun altro propone di prendere i fucili e passare la notte al mulino ma nessuno se la sente: meglio cercare un nuovo mugnaio da mandare in quel posto maledetto.

È così che per Strahinja, che nel frattempo si è risolto ad abbandonare il villaggio e Radojka, arriva l’occasione di riscatto, sia nei confronti della comunità (il ragazzo è povero, orfano di padre e vive con la madre in una casupola “grande come un fungo”) e, soprattutto, agli occhi di Zivan, che preferisce non vederselo intorno.

Finalmente Strahinja potrà dimostrare al padre della fanciulla amata che è un uomo coraggioso e lavoratore, in grado di provvedere a una donna e forse, allora, Zivan si deciderà a dargli in moglie la figlia.

Convinto dagli uomini del villaggio, Strahinja si stabilisce nel mulino e, ovviamente, compare Sava. In quella che è una scena a metà fra l’orrifico e il comico, tuttavia, il giovane riesce a sfuggire al vukodlak e il giorno dopo grandi sono lo stupore e la gioia dei paesani nel trovarlo vivo anche se, purtroppo, arriva la conferma che il vampiro c’è davvero.

LA SIBILLA E IL CACCIATORE

Mentre gli uomini ritornano al villaggio insieme a uno Strahinja coperto di farina da capo a piedi si chiedono chi può ricordarsi di Sava e di dove si trovi la sua tomba. Forse baba Mirjana, la donna più anziana del paese, visto che Savanović è morto quasi un secolo prima.

Anche baba Mirjana, una vecchia rinsecchita e apparentemente sorda, avvolta in una coperta di lana e seduta davanti all’uscio di casa, è un personaggio nel quale riecheggia Baba Yaga, nonché una manifestazione della Dea nella sua veste di custode della memoria e di oracolo.

Gli uomini del villaggio interpellano baba Mirjana

Gli uomini urlano nel fare le domande e baba Mirjana li obbliga a tornare indietro più volte perché risponde solo quando si allontanano, convinti che lei non li abbia sentiti. Del resto, la risposta della Dea è fuori dal tempo degli Uomini, che hanno fretta e si rivolgono a lei come bambini che strillano.

Nonostante la richiesta maldestra, la risposta arriva: la tomba di Sava Savanović si trova in un burrone, sotto un olmo.

Gli uomini si mettono alla ricerca del sepolcro, ma invano: ci sono troppi burroni e troppi olmi in quella zona e la metafora, perciò, è piuttosto chiara: se il male va sgominato non ci si può perdere nella Natura, intesa come rappresentazione del femminile (i burroni, le forre, sono buchi nella terra; l’olmo è l’albero al quale le spose chiedono la fecondità e che nel mondo antico simboleggia la divinazione, il contatto con l’oltremondo) ma bisogna andare a caccia del mostro usando delle armi ben precise.

Il più anziano, infatti, dice che questo è quello che succede se si ascoltano le chiacchiere delle vecchie donne; meglio dare retta a lui: per trovare la tomba di un vampiro servono un cavallo nero, un palo di legno di biancospino e dell’acqua benedetta. Ma dove lo trovano il cavallo? Da Zivan, che è il solo abbastanza ricco da possederne uno.

Uno stallone nero per scovare il vukodlak

Stallone nero, palo di biancospino e acqua benedetta sono, a loro volta, elementi di provenienza folklorica: secondo le leggende, infatti, quando l’animale si blocca in un determinato punto vuol dire che il vampiro è lì sotto. Il biancospino nei culti arcaici europei è associato alla fertilità (perciò alla vita) e l’acqua benedetta è un potente deterrente contro i demoni. Più precisamente, i primi due elementi rappresentano la potenza sessuale maschile: lo stallone come forza e fecondità e il palo come simbolo del fallo.

DESIDERI PERICOLOSI

Intanto, vediamo di nuovo Radojka. La fanciulla si specchia in una polla d’acqua e appena si scosta i capelli dal volto per vedersi meglio (un gesto di vanità e, insieme, una divinazione, lo sguardo sul proprio destino attraverso uno specchio magico: sono atti che rimandano a Venere, ma anche a Diana) sentiamo ancora l’orribile verso foriero di morte.

Come incantata dal richiamo dell’uccello notturno, Radojka si inoltra nel folto del bosco. Qui si distende e cade nel sonno. Essa sogna e sul suo volto compare un’espressione di piacere. Al suo risveglio è sorridente. Poi la scena cambia e ci ritroviamo presso la fattoria di Zivan.

Chiesto in prestito il cavallo con la scusa di ingravidare la giumenta di uno di loro (ritorna il tema legato alla fertilità), gli uomini si procurano il resto delle armi e ritornano nella foresta per eliminare il vukodlak.

Ricollegandoci alla simbologia del cavallo, interessante è quello che uno di loro dice a colui che sta tenendo l’animale per il morso: “Non devi essere tu a guidarlo; lasciati guidare da lui.” che è come a dire “Lasciati guidare dalla tua forza animale.”

Anche qui siamo in contatto con il nucleo folclorico più antico (riferito allo sciamanesimo) e infatti, subito dopo, il prete dice: “Il mondo è alla rovescia! Abbiamo bisogno di farci guidare da un cavallo!” e si fa il segno della croce, dove il senso è: non dobbiamo farci guidare dalle passioni o dagli antichi dei pagani e sovvertire l’ordine che Dio ha voluto. Ma il contadino risponde: “Meglio farsi guidare da un cavallo che da un matto.

La Chiesa Ortodossa… e l’antica tradizione pagana. Nella grande isteria Settecentesca sui vampiri che travolse l’Europa dell’Est e che viene riportata dai funzionari di Maria Teresa in vari opuscoli e relazioni, la Chiesa Ortodossa ebbe un peso enorme perché accettò le pratiche di esumazione dei cadaveri sospetti di vampirismo. Per approfondire, ne parlo qui.

Il cavallo, intanto, è irremovibile. Non c’è modo di farlo proseguire e gli uomini si siedono a terra, sconfortati. Solo quando l’animale, senza motivo apparente, si muove, allora si rendono conto di star appoggiando i piedi su una tomba. Si mettono a scavare e la scena che segue rappresenta un vero e proprio rito di iniziazione collegato al mondo agrario e alle antiche pratiche funerarie: Strahinja, il più giovane, deve essere il primo ad aprire la terra a colpi di piccone. A lui si aggiungono gli altri, finché la fossa non è spalancata e la cassa di Sava ormai visibile. È una sorta di violenza di gruppo fatta alla terra, che coincide con la pratica dell’aratura dei campi che precede la semina. Ma è anche la violazione di un sepolcro, con il prete che recita le sue preghiere di esorcismo mentre il giovane affonda il palo di biancospino nella bara. È un funerale ‘al contrario’; ed è qui che ricompare la farfalla.

La farfalla esce dalla tomba del vukodlak

Borko, facciamo attenzione che la farfalla non voli via!” dice uno; non ha nemmeno finito di parlare che una farfallina bianca vola fuori dal buco fatto nella cassa con il palo. Tutti si mettono a rincorrerla, ma invano. Allora escono dalla fossa e scoppiano a ridere, dileggiando il morto. “Facci vedere come ti muovi adesso, Sava!” Il palo, infatti, è servito a bloccare il vukodlak nella bara. Tirano pietre nella fossa e continuano a ridere (tutti questi sono atti con funzione apotropaica) e sono sicuri che il rito sia andato a buon fine: hanno liberato l’anima del morto che non potrà tornare perché impalato e il giovane Strahinja è stato coraggioso (quindi, rispetto al significato originario del suo nome, che nelle culture antiche è indicatore di un destino, è cambiato), ha affrontato la Morte ed è diventato un uomo. Ora fa parte del gruppo degli adulti. Bisogna festeggiare.

UOMINI CHE RAPISCONO LE DONNE

Nonostante l’allegria contagi il villaggio per lo scampato pericolo, Strahinja non è contento: Zivan continua a rifiutargli Radojka. Ma com’è possibile? chiede uno degli uomini, chiunque nel villaggio oggi “vorrebbe darti la figlia in sposa.” perché quel brontolone di Zivan che, insinua un altro, forse non è nemmeno il padre della fanciulla ma uno zio, si ostina a opporsi?

Anche qui scatta la connessione con il mito. Il rapporto fra Zivan e Radojka può essere spiegato se riprendiamo il parallelo fra la fanciulla e una Vila. Infatti, nelle storie in cui compaiono queste fate balcaniche (celebre è la leggenda del Principe Marko e della Vila Ravijolja, protagonisti di poemi e ballate) sovente la Vila è costretta a sposare un umano, pena la morte. La fata, quindi, a differenza delle sue omologhe occidentali, è in conflitto con l’uomo, che la pretende in sposa perché in cambio spera di ottenere ricchezze e altri vantaggi (una nutrita prole, per esempio, che è sintomo di ricchezza, come nella storia di Novak e Sekula).

Proprio come capita a Radojka se assumiamo che l’insinuazione del paesano sia veritiera e che Zivan non sia il padre della ragazza, le Vile forzate a sposare un uomo sono recluse e, spesso, finiscono con l’essere oggetto di violenza fisica, seppure la causa di ciò sia rintracciata nella loro metamorfosi da creature bellissime a mostri demoniaci.

Per festeggiare la neutralizzazione di Sava e il coraggio di Strahinja le libagioni sono abbondanti e fra gli uomini si fa strada l’ipotesi del rapimento. Se il ragazzo vuole davvero Radojka, che se la prenda, anche senza il permesso di Zivan. Lo aiuteranno loro.

Il giovane dapprima rifiuta, perché sa che si tratta di un atto pericoloso (hybris) ma i compagni insistono e per rassicurarlo sul fatto che rapire la donna amata non è peccato, chiedono consiglio al prete. Il prete, ubriaco fradicio, conferma che no, non è peccato, senza capire bene quello che gli stanno chiedendo. Avuta la ‘benedizione’ del pope (il prete degli Ortodossi), gli uomini si accingono a mettere in atto il rapimento ma un’inquadratura sull’espressione preoccupata di baba Mirjana (ricordate? Lei è l’oracolo, la Sibilla, la sacerdotessa della Dea) che ritorna poco dopo nella perplessità di Radojka, ci fa capire che la situazione prenderà una piega tragica.

Il gruppetto di cui fa parte Strahinja arriva a casa di Zivan ma quando la fanciulla capisce le loro intenzioni dice di non essere sicura. Tuttavia, essendo innamorata del giovane, lo segue.

Mentre i paesani si congratulano con la coppia, ecco spuntare Zivan con una falce. Gli uomini, spaventati, si danno alla fuga.

Zivan non approva il rapimento di Radojka e mette tutti in fuga

VENDETTA E PUNIZIONE

Nella scena successiva assistiamo alla festa di fidanzamento di Radojka e Strahinja, che ormai è diventato il nuovo mugnaio. Le donne del villaggio lodano la bellezza della futura sposa ma Zivan, che osserva la scena, medita vendetta.

L’uomo ritorna nella radura dove si trova la tomba del vampiro e cattura la farfalla: ora possiede l’anima di Sava Savanović. La vendetta può avere inizio.

In ossequio alla tradizione, la sera precedente le nozze Radojka viene affidata a baba Melania. La regola è già stata infranta (non c’è l’approvazione del padre della sposa e, anzi, la sposa è stata rubata, come è accaduto a Menealo con Elena, per colpa di Paride) ma nessuno pare tenerne conto. Gli uomini si ubriacano e si addormentano tutti, tranne Strahinja, deciso a passare la notte con la fidanzata. Baba Melania, però, veglia sull’uscio e il giovane attende che anche lei si assopisca, dopodiché raggiunge Radojka in camera da letto.

Da questo momento in avanti è un crescendo di orrore: Strahinja sbottona la camicia da notte di Radojka e si ferma, atterrito, quando vede un grosso buco sanguinolento sullo stomaco della ragazza. Il ventre di Radojka sembra essere stato trafitto da un palo! Mentre l’uomo si solleva dal letto in preda al terrore, la ragazza apre la bocca e svela ciò che è diventata: un vukodlak.

Radojka ormai è un vukodlak

La metamorfosi di Kore in Ecate è completa: la Dea si mostra nel suo aspetto terrifico e assale l’uomo con l’intento di divorarlo.

Strahinja corre fuori dalla casa, verso la radura, mentre il vukodlak – che qui, però, come mi suggerisce Katarina, assume i connotati di un’altra figura mostruosa del folklore serbo, il drekavac – gli sta ferocemente sulle spalle, le unghie conficcate nelle guance, in una cavalcata demoniaca che rievoca la Caccia Selvaggia dell’esercito di Holda (Ecate).

Il drekavac, il cui nome significa “urlatore” (ecco, infine, spiegato il terribile verso che si sente nella foresta ogni volta che sta per comparire Sava) è, a sua volta, un revenant: il drekavac può essere lo spirito maligno di un suicida, di un assassino o di un bambino non battezzato che ritorna dal mondo dei morti per vessare i propri parenti. Esso appare vicino a cimiteri, corsi d’acqua o nelle foreste; assale le proprie vittime saltando loro in groppa e obbligandole a correre. Se la vittima tenta di divincolarsi, il drekavac le pianta gli artigli in faccia.

L’infernale corsa alla quale il drekavac obbliga Strahinja

Giunti alla tomba di Sava Savanović, Strahinja si getta nella fossa e cerca di estrarre il palo dalla cassa nella quale dorme il vampiro. Liberato il mostro, mentre Radojka, che è vestita di bianco, si contorce al suolo premendosi le mani sull’addome, dalla bara esce un’altra donna (qui è presente il tema del “doppio oscuro”), in tutto simile a lei, ma vestita di nero, che si lancia, zanne in evidenza, addosso a Strahinja.

Il giovane afferra di nuovo il palo di biancospino e la trafigge. In quel momento sorge il sole e sentiamo un gallo cantare.

Nell’ultima scena del film, a chiudere il cerchio della narrazione, sempre al limitare fra vita e morte, contemporaneamente agli scherzi degli uomini che chiamano la sposa e lo sposo e li invitano a uscire dal talamo perché è arrivato il prete e tutto è pronto per lo sposalizio, ricompare la farfalla.


Il film completo, sottotitolato in inglese, è visibile su YouTube

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