I vampiri di Charles Nodier

In seguito al successo del personaggio di Lord Ruthven, protagonista di un romanzo dalla paternità incerta – pubblicato sulla scia della novella di Polidori (1819) – e di una pièce teatrale (questa, invece, riconosciuta dall’autore), Charles Nodier fa uscire due opere a breve distanza una dall’altra: Smarra, o i demoni della notte (1821) e Infernaliana (1822).

Sarà di questi vampiri, sicuramente meno noti di Ruthven ma più interessanti, soprattutto perché risurgenti grazie a un’operazione di recupero del fantastico popolare europeo, che vi racconterò nell’articolo.

Tuttavia, se è vero che per leggere Nodier, affetto da una severa grafomania (naturalista di formazione, fu sedotto dall’enciclopedismo e dall’amore per le catalogazioni tipicamente settecenteschi), complicata da poligrafia (alcuni contemporanei lo ritennero superficiale, e non furono i soli) e tendenza al plagio (è celebre il caso sollevato da Roger Caillois rispetto al Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki) bisogna armarsi di santa pazienza, non dimenticare mai il dato biografico (era figlio del Terrore rivoluzionario francese e di un massone di Stretta Osservanza) e fare un costante lavoro di decifrazione, prima di entrare nel vivo della questione e andare a conoscere i suoi vampiri, soffermiamoci un po’ sulla sua posizione nei confronti del soprannaturale.

Utilissimo, a questo proposito, è il saggio Il fantastico in letteratura (1830) nel quale l’autore parla della possibilità di recuperare, nell’età moderna, ciò che la poesia faceva nell’antichità, ovvero costruire un ponte fra noto e ignoto, fra umano e divino, e di favorire questa resurrezione poetica attraverso la riabilitazione della dimensione fantastica in letteratura.

Riabilitazione più che mai necessaria poiché il fantastico, osserva Nodier, essendo stato un modo di rappresentare la superstizione, intesa come scienza delle cose sublimi (dall’etimo della parola: superstizione = ciò che sta sopra) e quindi scienza di Dio, nel corso del tempo è diventato sinonimo di “menzogna”.

Basterebbe questo – e non a torto – per supporre che Nodier considerasse la religione una forma di superstizione tuttavia, dato che il nostro amava procedere senza sbilanciarsi troppo, troviamo subito un’affermazione di segno opposto:

Qui io non considero che i prestiti fatti da essa [la scienza di Dio] all’invenzione fantastica presso tutte le nazioni.

Come a dire che le sacre Scritture, piene di apparizioni soprannaturali, hanno sì ispirato la fantasia dei popoli, ma che se i popoli hanno tirato fuori fate, folletti, fantasmi e quant’altro, lo hanno fatto di loro spontanea volontà e non certo su indicazione della religione.

È fra i “prestiti”, allora, che andremo a collocare anche le storie sui vampiri recuperate da Nodier: esse nascono nell’antichità, riprendono uno strano vigore nell’età dei Lumi, portando alla stesura di Dissertazioni di abati e archiatri i quali, con piglio scettico, cercano di rischiarare le tenebre della superstizione (popolare, non più scienza di Dio) alla luce del nuovo nume tutelare dell’Occidente, la Ragione, e risorgono definitivamente al volgere del secolo, dapprima in alcune composizioni poetiche e poi nei romanzi di genere.

I biografi e i critici più accorti ricollegano Smarra, o i demoni della notte e Infernaliana a questo percorso, debitore della produzione classica e settecentesca sul tema; Nodier stesso lo dichiara nel suo saggio, che prende la forma di una Dissertazione, e nelle prefazioni ai suoi scritti. Vero è che la cifra dell’ambiguità, quasi che a scrivere fossero, di volta in volta, Nodier diversi, si presenta anche in questo caso: ne Il fantastico in letteratura egli difende la dimensione onirica e romantica, designandola come antidoto alla rappresentazione positiva, materialistica, del mondo, mentre nella prefazione a Infernaliana è la citazione di Voltaire a suggerire il tono che l’autore sceglie di avere nei confronti della “fantasia” popolare e quindi delle superstizioni sui vampiri. Un tono ben diverso, che ricalca quello degli illuministi e si fa gioco della credulità dei semplici.

Smarra, o i demoni della notte

Smarra è il resoconto di un sogno o, meglio, di un incubo nel quale Lorenzo, voce narrante, si trova proiettato nelle vesti di Lucio, un cavaliere che per ritornare a casa deve attraversare, solo e in piena notte, una foresta “famosa per i sortilegi dei maghi”.

Mentre è in groppa al suo cavallo, Lorenzo/Lucio si addormenta. È allora che iniziano i prodigi e le visioni: il cavallo che parla, strane torce e cerchi magici formati da spettri danzanti, un gruppo di fuochi fatui che volano ridendo sopra la loro testa e i fantasmi orribili di un uomo e di un vecchio che cercano di ghermirli e obbligano il cavaliere a sguainare la spada per disperderli.

Per contrastare le apparizioni prodotte dalle malvagie “streghe della Tessaglia” Lorenzo/Lucio cerca di infondere coraggio a sé e al cavallo pensando ai piaceri che li attendono nel palazzo di Larissa. Rievoca le meravigliose fanciulle della sua terra, abbigliate di perle e stoffe preziose, il giaciglio di fiori sul quale potrà finalmente riposarsi Flegone e la musica e i canti delle feste, ma, a un tratto, in mezzo a tanta bellezza, compare un fantasma che potrebbe essere l’immagine della Bella Dama senza Pietà di Keats (1819).

Una sola forse… grande, immobile, ritta, pensosa… Dio! Come è cupa e afflitta dietro le sue compagne, e che vuol ella da me? Ah non perseguitare il mio pensiero, larva imperfetta dell’amata che più non è, non turbare le dolci attrattive delle mie veglie col rimprovero spaventoso della visione. E poiché io ti ho pianta sette anni , lasciami dimenticare nelle innocenti delizie delle danze delle silfidi e della musica delle fate, lasciami dimenticare le lagrime che ancor mi bruciano le gote.

Se da un lato la fanciulla fantasma richiama alla memoria anche Filinnio, la vampira de La Sposa di Corinto di Goethe (1797), dall’altro, il fatto che Lorenzo/Lucio sappia di star sognando e riconosca in essa una larva, ci offre un indizio importante su come l’autore tratta la materia onirica nella sua produzione fantastica: per Nodier il sogno è un susseguirsi di eventi che appartengono alla classe del meraviglioso ma non corrispondono a una realtà del mondo esterno, bensì a ciò che accade nella mente del sognatore.

Perciò, se il sogno vissuto da Lucio è, a sua volta, quello di Lorenzo, colui che abbiamo incontrato all’inizio del racconto mentre sta per addormentarsi al fianco della sua compagna in una camera sulle rive del lago Maggiore, i personaggi che vi compaiono sono i fantasmi che affollano la mente di Lorenzo.

Un altro spettro, dopo quello della fanciulla, è Palemone, il giovane che Lucio incontra sotto le mura della città di Larissa, che raccolgono un lungo seguito di derelitti, simile a quello del Ceramico ateniese.

Author: Giovanni Dell’Orto – Kerameikos Archaeological Museum, Attribution, via Wikimedia Commons

Sono uomini “pallidi, immobili, colle gote incavate dalla fame, collo sguardo spento e stupido, gli uni accoccolati come bruti, gli altri in piedi, ma appoggiati contro le colonne, e piegati a metà sotto il peso del loro corpo estenuato.” e la visione di questa schiera di zombie prosegue in una scena degna di “Metropolis”, il film di Fritz Lang:

Questi disgraziati s’avanzano lentamente l’uno dietro l’altro e marcano tra un passo e l’altro delle lunghe soste, come figure fantastiche, disposte da un meccanico consumato su una ruota indicante la divisione del tempo. (…) Questi spettri viventi non hanno conservato quasi niente d’umano.

Fra di essi vi è, appunto, Palemone, antico compagno d’armi di Lucio, ora “caduto sotto l’impero delle streghe della Tessaglia e dei demoni che compongono il loro corteggio nelle solennità, le inesplicabili solennità delle loro feste notturne.”

Palemone e Lucio si riconoscono e il secondo, debitore del primo, che l’ha salvato in guerra, gli propone di seguirlo nel suo palazzo, dove l’arpa della bella Mirteo potrà ridargli serenità.

I due giovani proseguono insieme verso la dimora di Lucio e qui le sue schiave hanno già preparato un banchetto per accoglierli. Si beve, si mangia, si ascolta musica e si fa all’amore; Lucio è allegro, ubriaco e, sicuro che fra le sue mura non possa accadere nulla di male, chiede all’amico di lasciarsi andare, di raccontargli le sue disperazioni, le sue paure “e i falsi errori della notte”.

Palemone accetta e dice di aver amato una bellissima vedova, Meroe (nome preso da “L’Asino d’oro” di Apuleio), “la più bella delle figlie di Tessaglia”. Pur essendo stato un valoroso soldato, Meroe l’ha stregato e durante una terribile “notte di delizie e di terrore” si è rivelata per quel che è: una strega amica di Smarra, un orrendo demone incubo che con la sua proboscide si nutre della vita degli esseri umani succhiandola dal loro cuore.

Durante quella notte Meroe e Smarra lo hanno trascinato in un altro mondo e quello che Palemone racconta a Lucio, in un’atmosfera via via più densa di oscuri presagi, è un vero e proprio viaggio all’inferno, una discesa agli inferi che assomiglia molto allo sbarco su un altro pianeta:

La porta sepolcrale che ci ricevette o piuttosto che ne aspirò all’uscir di questa voragine, s’apriva su una pianura senza orizzonte che mai nulla produsse. Vi si distingueva appena in un angolo lontano del cielo il contorno indeciso di un astro immobile ed oscuro; più immobile dell’aria, più oscuro delle tenebre regnanti in questo soggiorno di desolazione. Era il cadavere del più antico de’ soli giacente nel fondo cupo del firmamento, come un battello sommerso sur un lago ingrossato dallo squagliarsi delle nevi.

Terminato il racconto, Palemone si addormenta e così fanno le schiave. Lucio, invece, rimane sveglio.
Dopo poco, sente dei rumori… è arrivato il suo turno di incontrare i demoni della notte. Inizia, infatti, anche per lui un susseguirsi di allucinazioni terribili, durante le quali vengono rievocati tutti i suoi peccati e alcune scene, come quella della decapitazione, attingono direttamente ai traumi di Nodier stesso che, da bambino, come molti suoi coetanei, aveva presenziato al lavoro del boia e della ghigliottina.

I demoni notturni imperversano per alcune ore finché, sul far del giorno, quando ormai la luce e la speranza rientrano nel palazzo e noi, come Lucio dopo una notte insonne piena di ansia e paura, attendiamo la fine del tormento, ecco che, invece, accade il peggio: sfiniti dall’amplesso con Meroe, siamo preda dell’incubo e “Smarra, invitato per la partenza dei sogni del mattino, [viene] a reclamare la ricompensa promessa dalla regina dei terrori notturni.”

Infernaliana

Dopo i fantasmagorici vampiri psichici di Smarra, o i demoni della notte, eccoci arrivati a quelli “popolari” di Infernaliana.

In questa raccolta di novelle fantastiche Nodier presenta le storie di vampiri di origine settecentesca per inserirsi, quasi un secolo dopo, nel dibattito sull’argomento e suggerire (nella prefazione cita Voltaire, e lo riprende anche nella parte finale, “Facezie sui vampiri”) un atteggiamento “illuminista”, razionale, che vede la superstizione come leva di potere usata dalla Chiesa (in particolare quella Greca, secondo le fonti usate da Nodier) sui popoli dell’Est Europa.

Mutatis mutandis, si potrebbe osservare una similitudine d’intenti anche nei suoi romanzi “massonici”, scritti anche questi al ritorno in patria dall’Illiria, Jean Sbogar (1818) e Mademoiselle de Marsan (1832), nei quali Nodier racconta storie di carbonari “in odor di satanismo”, eroi popolari dall’aspetto vampiresco che trovano nelle forze conservatrici i loro nemici (e, in effetti, all’epoca, la questione dell’anti-massoneria era propugnata dalla Chiesa Cattolica e sostenuta dagli Imperi), e che sono quasi un’anticipazione del futuro vampiro “sovversivo” del Novecento.

Sappiamo, per giunta, che Nodier parte per le Province Illiriche con il preciso intento di verificare sul campo le leggende sui vampiri. Leggende che ha già trovato proprio negli scrittori settecenteschi, uno dei quali viene citato nella prefazione a Infernaliana: è l’abate benedettino Augustin Calmet, autore della Dissertazione II, Sopra quelli che ritornano dopo morte col proprio corpo, gli Scomunicati, gli Oupiri, o Vampiri, Brucolachi ec. (1746-49), debitrice di quella precedente (1739) del Davanzati e ben nota a Gerhard van Swieten, autore delle Considerazioni intorno alla pretesa magia postuma per servire alla storia de’ Vampiri (1755), una relazione sul tema preparata per l’Imperatrice Maria Teresa.

Tuttavia, la fonte primaria di molte delle storie popolari sui vampiri che poi ritroveremo trasposte letteralmente (o quasi) nella Dissertazione di Calmet, nel rapporto di van Swieten e in Infernaliana provengono dal Mercurio olandese, citato come lo Spicilegio d’Olanda da Dom Calmet e come lo Spigolatore olandese da van Swieten.

Il Mercurio olandese summa delle leggende sui vampiri, grazie al quale sono sopravvissute fino a noi le vicende del vampiro Arnold-Paul, che diventa Arnaldo Paolo in Davanzati e Arnold Polo in Calmet, una storia ambientata a Medraiga, “un certo cantone d’Ungheria detto in latino Oppidum Heidonum di là dal Tibisco (…) tra questo fiume che irriga il fortunato terreno del Tockai e la Transilvania” (Davanzati, pg.21; Calmet, pg. 136-137; van Swieten, pg. 11; Nodier, folio 16 delle edizioni che ho consultato e che trovate a fine articolo); dei vampiri d’Ungheria (Nodier, folio 27; Davanzati, pg.20; Calmet, pg. 135-136); del vampiro Harppe (Nodier, folio 69; Calmet, Capitolo V, la storia di Arappo Danese che si fa sotterrare davanti all’uscio della cucina e appare con la lancia che Olao Pa gli aveva conficcato nel petto) e della Storia di un Brucolaco, narrata dal Signor de Tournefort, botanico di Luigi XIV, nel suo famoso Viaggio in Levante (1717) e riportata, oltre che dalla gazzetta, ovviamente anche da Davanzati, Calmet e van Swieten (Nodier, folio 142).

Fra quelle tratte dal Mercurio olandese, voglio riportare in conclusione la storia di Arnaldo Paolo, ripresa da Nodier in Infernaliana con il titolo Il vampiro Arnold-Paul.

Il vampiro Arnold-Paul

Arnold-Paul, contadino di Medreiga (attuale Serbia, n.d.r.) muore schiacciato da un carro carico di fieno. Dopo circa una mese dalla sua morte, nel villaggio muoiono improvvisamente quattro persone “alla maniera nella quale muoino quelli che sono molestati dai vampiri”. Nessuno ha ancora visto Arnold-Paul, tuttavia, qualcuno degli abitanti del villaggio si ricorda che egli raccontava di essere stato vessato da un vampiro turco quando si trovava vicino a Cassova, al confine con la Turchia e che, per evitare di diventare a sua volta vampiro dopo la morte, aveva mangiato della terra della tomba del vampiro (i mussulmani seppelliscono i morti) e si era strofinato con il suo sangue.

In base a questi accorgimenti Arnold-Paul sarebbe dovuto essere “guarito” dal morbo vampirico ma, per sicurezza, si apre la sua tomba per esaminare il cadavere. Arnold-Paul (o ciò che ne rimane) si presenta – anche dopo quaranta giorni – intatto, con barba e unghie lunghe e le vene ancora piene di sangue fresco.

A questo punto, l’ufficiale giudiziario decide di seguire la procedura prevista in casi di vampirismo: il cadavere viene trafitto con un palo da parte a parte e, ovviamente, emette grida orripilanti e si muove “come se fosse vivo”. Dopodiché, gli mozzano la testa e la bruciano. La stessa sorte tocca alle salme dei quattro morti dopo Arnold-Paul per scongiurare il loro ritorno in veste di vampiri.

Il problema dovrebbe essere risolto, non fosse che dopo qualche anno l’epidemia vampirica si ripresenta più virulenta che mai: nel giro di tre mesi muoiono diciassette persone di ogni età e sesso e una giovane, Stanoska, che si corica in perfetta salute, si risveglia nel cuore della notte preda di un delirio perché, dice, “il giovane Millo, morto da nove settimane, per poco non era riuscito a strangolarla nel sonno.”

Stanoska muore dopo tre giorni. Millo viene riesumato e trattato come si conviene. I medici e i chirurghi, che si occupano di comprendere come mai il vampirismo sia potuto tornare a distanza di anni dalla vicenda di Arnold-Paul, scoprono che Arnold-Paul aveva morso (e quindi infettato con il morbo vampirico) anche molti animali dei quali si erano nutrite le persone morte nella seconda fase. Per estirpare il vampirismo da Medreiga non resta che riesumare tutti coloro che possono essere entrati in contatto con il morbo e sottoporli alla solita procedura. Da quanto viene registrato, l’esito questa volta è positivo.


  • Giuseppe Davanzati, Dissertazione sopra i vampiri, a cura di Giacomo Annibaldis, Besa Editrice, Lecce, 1998
  • Agostino Calmet, Dissertazioni sopra le apparizioni de’ spiriti e sopra i vampiri, o redivivi d’Ungheria, di Moravia ec., tradotte dal Franzele su la seconda edizione riveduta e corretta, stampate in Venezia nell’anno 1770 presso Simone Occhi, con licenza de’ superiori e privilegio.
  • Gerhard van Swieten, Vampyrismus, traduzione italiana del cav. Valeriano Vannetti della Considerazione intorno alla pretesa magia postuma per servire alla storia de’ vampiri, presentata al supremo Direttorio di Vienna, a cura di Pietro Violante, Flaccovio Editore, Palermo, 1988
  • Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro, il Mulino, Bologna, 2011
  • Charles Nodier, Racconti fantastici, con un discorso intorno al fantastico in letteratura, Sonzogno, Milano, 1890
  • Charles Nodier, Infernaliana, Sanson-Nadau, Parigi, 1822
  • Charles Nodier, Giovanni Sbogar, Alessandro Levi Editore, Trieste, 1855
  • Charles Nodier, Madamigella di Marsan, a cura di Anna Zanetello, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1987

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