Vampiri austroungarici

Epidemie vampiriche

La “Dissertazione sopra i vampiri”, il trattato di Giuseppe Davanzati, arcivescovo di Trani, composto e divulgato in manoscritto alla fine degli anni Trenta del Settecento ma stampato a Napoli appena nel 1774, è ispirato a un colloquio riservato dell’autore con il cardinale Schrattembach, vescovo di Olmütz, che all’epoca si trovava a Roma.

Il cardinale, come racconta Davanzati medesimo nel capitolo I, aveva ricevuto dal suo Concistoro di Olmütz una comunicazione allarmante: in Moravia non passava giorno senza che si aprissero tombe, si infilassero paletti nel cuore e si tagliassero teste ai cadaveri sospettati di esser vampiri.

All’incredulo Davanzati, Schrattembach spiega trattasi della procedura standard per fermare le molestie da parte di: “uomini morti da alcuni giorni prima, i quali già sepolti e sotterrati comparivano di nuovo nella stessa forma, e negli stessi abiti e portamenti di quando erano vivi” e che “Questa loro comparsa o apparizione (…) non era per una sola volta, ma replicata più fiate di seguito, fino a tanto che i suddetti Vampiri succhiandosi tutto il sangue, atteso ch’erano molti ingordi ed avidi di sangue umano, riducevano i poveri pazienti [i parenti, n.d.r.] in pochi giorni esangui, squalidi ed emaciati fin a tanto che (…) se ne morivano miseramente. Coloro, che in tal guisa morivano, divenivano similmente eglino ancora Vampiri”.

Dopo averlo edotto sulle credenze diffuse presso la sua diocesi, Schrattembach chiede a Davanzati un’opinione in merito e un consiglio su come parlare dell’argomento al Papa e al Santo Uffizio ma, da sostenitore dei Lumi qual è, l’arcivescovo di Trani promette al cardinale di rifletterci con calma e, senza riuscire a nascondere il proprio scetticismo, lo dissuade, almeno per il momento, dal farne parola in giro, per non “esporsi in tal guisa alla taccia d’un uomo troppo credulo e poco riflessivo”.

Schrattembach si offende e lascia cadere l’argomento che Davanzati riprende solo molto tempo dopo, quando alcune gazzette viennesi riportano nuove cronache di apparizioni vampiriche e in due di esse compaiono perfino i nomi e i cognomi dei vampiri e delle loro vittime.

In questi giornali popolari si legge che, per ordine dell’Imperatore, il supremo magistrato di Vienna ha inviato alcuni ufficiali militari, cancellieri e notai nelle province della Moravia, della Slesia e in Ungheria allo scopo di “formar un rigoroso processo della identità e validità del fatto”.

Cath Klauber et Auguste Vindel (graveurs), Public domain, via Wikimedia Commons

Il fatidico 1732 resta famoso come l’ “anno dei vampiri” perché è da quelle nuove, massicce “epidemie” di vampirismo nelle terre degli Asburgo che l’argomento folclorico, rimbalzando dai periodici ai tavoli di regnanti, magistrati, filosofi e medici, diventa una questione politica e comincia la sua migrazione verso la letteratura, producendo altri due testi fondamentali sul tema “vampirico”: la “Dissertazione” dell’abate Agostino “Dom” Calmet e la Relazione di Gerhard van Swieten, l’archiatra di Maria Teresa d’Austria, che sarà costretta a promulgare una serie di Decreti per normare il “reato di Magia Postuma” e affrontare, così, il problema della superstizione e della scarsa scolarizzazione dei suoi popoli.

è grazie a queste opere se sono sopravvissute fino a noi le vicende dei vampiri di Serbia, Moravia e Ungheria (Arnold Paole e Petar Blagojević o Plogojowitz i più famosi) nonché quelle precedenti, come la “Storia di un Brucolaco”, narrata dal Signor de Tournefort, botanico di Luigi XIV, nel suo famoso “Viaggio in Levante” (1717).

Vampiri d’Istria

Avvicinandoci a Trieste, pure, all’epoca, territorio di dominio asburgico, dobbiamo invece fare un passo indietro, ritornare alla metà del Seicento e ricordare, innanzi tutto, la vicenda di Jure Grando, il contadino vampiro di Kringa.

In realtà, nel capitolo “Spiriti e fantasmi” de “Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie” Anton von Mailly, citando Valvasor, riporta casi di vampirismo anche in altre località dell’Istria (Krsan e Lindaro).
Jure Grando, tuttavia, pare sia stato il primo vampiro a venir “registrato” come tale nei documenti ufficiali della zona.

Questa che segue è la versione della storia che ho trovato in von Mailly; versione interessante perché descrive il vampiro come un disturbatore della pace più che un succhiasangue e, quindi, si riallaccia al nucleo originario della figura folklorica:

“In Istria, a Corridico (Kringa), un defunto continuava a molestare la sua vedova con improvvise apparizioni. Quando la donna aveva visite lo si vedeva guardare con attenzione gli invitati, dall’angolo della stanza. Si poteva anche vedere quel morto senza pace vagare per le strade e, laddove bussava, portava sfortuna e rovina. Nella disperazione la povera vedova chiese aiuto al sindaco del paese. Questi, con alcuni conoscenti, la notte seguente si recò al cimitero per scoperchiare la tomba del perturbatore della pace. Alla vista della salma ancora perfettamente intatta, ai paesani stava per venir meno il coraggio. Solo dopo le lunghe esortazioni del sindaco presero un palo appuntito di biancospino per trafiggere il cadavere. Ma il palo rimbalzò. Allora il sindaco afferrò un crocifisso e gridò a gran voce: “Guarda strigon: per il nostro signore Gesù Cristo che ci ha salvati dall’inferno e che è morto per tutti noi! Strigon, ora devi trovare la pace!”
Ma neanche questo servì, il palo non penetrò.
Infine uno sfegatato ebbe il coraggio di troncare la testa al morto con un’ascia. Il morto mandò un urlo, si agitò nella bara e dalle sue vene schizzò un getto di sangue, come fosse stato vivo fino ad allora. Poi il sepolcro fu nuovamente ricoperto e, da quel giorno, la vedova e tutto il villaggio ebbero pace.”

Dopo la storia di Jure Grando, von Mailly prosegue con la vicenda del vukodlak di Abbazia, un uomo morto nel 1882 “che aveva fama, fra i contadini, di essere un lupo mannaro”.
Per prevenire l’attività postuma, i contadini dissotterrano il malcapitato e lo riportano nella camera mortuaria dove gli piantano dei grossi chiodi nella fronte, nei fianchi e nei piedi (quindi secondo l’uso morlacco, n.d.r.).

Il fatto è che, ormai, siamo alla fine dell’Ottocento e perciò, registra von Mailly: “Quando il fatto venne denunciato, i profanatori furono severamente puniti dalla giustizia.”

Vampiri di Slovenia e Austria

Sempre von Mailly parla, poi, di un caso occorso in Slovenia risalente addirittura alla prima metà del Quattrocento: “Che ce ne siano [vampiri] anche di sesso femminile è attestato da un fatto verificatosi nella valle di Idria nell’anno 1435.”

E Franco Pezzini nel suo “Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampiro” si concentra sulla Stiria, la regione oggi suddivisa fra Austria e Slovenia, indicandola come patria dei vampiri letterari. “A fronte della mancanza di “epidemie” vampiriche di rilievo nell’area stiriana” – scrive Pezzini – “possono certo avere influito diffuse semplificazioni geografiche”, sta di fatto che la Stiria inizia a diventare un topos della letteratura vampiresca di fine Ottocento in particolare quando Joseph Sheridan Le Fanu decide di ambientare la sua novella “Carmilla” proprio in questo territorio dell’Impero austriaco.

Dopo “Carmilla” la Stiria diventa la “terra dei vampiri”: Stoker, infatti, prima di spostare il suo arcivampiro in Transilvania è lì che ambienterà “The Undead” (la prima versione di “Dracula”) ed è sempre lì che un bizzarro conte estone trapiantato a Londra, Eric Stanislaus von Stenbock, recupererà la lezione lefanuiana per una storia nella quale si cita Trieste e della quale ho parlato qui.

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