Storie di fantasmi: la dama velata di piazzetta Barbacan

La storia della dama bianca di Cittavecchia è contenuta nel primo volume de “I misteri di Trieste. Romanzo contemporaneo” di Adalberto Thiergen e Pietro Generini (1858), versione locale e, se possibile, ancora più pop del feuilleton “I misteri di Parigi” di Eugène Sue (1842-1843).

In effetti, “I misteri di Trieste” al giorno d’oggi potrebbe diventare una serie Netflix: personaggi stereotipati, storie a metà fra la cronaca nera e rosa, (velato) erotismo, un tocco di mistero e diversi colpi di scena.

Tuttavia, fra le innumerevoli figure di questo romanzo d’appendice, ce ne sono due che mi hanno particolarmente attratta: la strega Anastasia (di cui parleremo in un altro articolo) e la Straniera.

Le pagine dedicate a quest’ultima sono una sorta di inserto all’interno della trama principale, perché servono a spiegare il passato di uno dei personaggi.

La storia della dama velata di Cittavecchia inizia così:

Ciascuno dei Triestini più vecchi, ed i giovani quand’eran fanciulli, si rammenteranno che nell’anno 1833 bucinavasi generalmente a Trieste, che sull’inoltrarsi della notte si vedeva aggirarsi per le vie della città la figura di una donna vestita di bianco, di alta e bella statura la quale a guisa di spettro, or spariva ad un tratto davanti gli occhi di chi la vedeva od incontrava, ed ora, seguita da qualche curioso e più coraggioso degli altri, fatta una lunga camminata, girando or in questa or in quella strada, montava verso il monte di San Giusto, e là con sommo stupore e terrore di tutti si dileguava in mezzo a quelle mura, che circondano l’antico cimitero.

La notevole avvenenza di questa signora biancovestita, a sentire chi ne ha intravisto il volto sotto il pesante velo, fa sì che tutta Trieste ne parli; perfino la polizia si mette sulle sue tracce, ma invano. La “donna bianca”, se inseguita, sembra volare ed è capace di scomparire in un batter d’occhio.

Era pallida come la morte, e bella come un angelo del cielo.

Straniera
La Straniera triestina (© Lisa Deiuri 2020)

Il popolo si convince si tratti di un fantasma; supposizione avvalorata dal fatto che coloro i quali le sono corsi dietro fino a San Giusto l’hanno vista dileguarsi presso il cimitero (dove oggi si trova l’orto lapidario, n.d.r.).

Capita, però, che in un certo periodo si trovi a Trieste un famoso cantante d’opera, tale Cesare, impegnato al Teatro Grande ne “La Straniera” del Bellini (da qui il soprannome del presunto fantasma, la Straniera triestina, per come lei stessa si presenta) e che il giovanotto, aitante e coraggioso, decida di svelare l’arcano.

Cesare si apposta nottetempo in piazzetta Barbacan e attende. Ben oltre la mezzanotte sente dei passi: è lei, finalmente! La Straniera incede solennemente, a braccia conserte.

Il giovane, deciso a vedere chi si nasconde sotto il velo, la segue ma il fantasma, accortosi della sua presenza, gli ordina di fermarsi, pena la morte.

Il cantante non demorde e rincorre la dama fino al piazzale davanti la Cattedrale di San Giusto dove, come dalle testimonianze di altri inseguitori, vede la Straniera scomparire fra le mura del camposanto.

Tuttavia, complice una rosa bianca che ha trovato nel punto in cui il fantasma si è dileguato e che l’ha acceso d’amore per la bella sconosciuta, egli non se ne va subito: rimane lì ad aspettare con la speranza che l’affascinante spettro esca nuovamente, ma non accade nulla.

La notte seguente Cesare ci riprova: si apposta di nuovo sotto l’Arco di Riccardo e quando la Straniera compare addirittura l’afferra per un braccio.

Altro che fantasma, quel braccio è più che solido! Ma ogni arcano violato implica un prezzo da pagare…

La Straniera, infatti, acconsente a mostrare il suo volto al giovane e promette di rivederlo la sera successiva ma, quando Cesare lascia la presa, scompare (questa volta per sempre) nel buio dei vicoli di Cittavecchia.

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