Storie di vampiri: l’arcano delle cravatte

Scholar, connoisseur, drunkard, poet, pervert, most charming of men

“Studioso, erudito, beone, poeta, pervertito, il più affascinante degli uomini.”

Questa è la descrizione che William Butler Yeats, poeta irlandese, fa dell’eccentrico Conte Stanislaus Eric Stenbock – discendente di una regina consorte di Svezia, nonché bis-bisnipote del filosofo Immanuel Kant – morto giovane e autore di un racconto pubblicato nel 1894 (tre anni prima dell’uscita del “Dracula” di Bram Stoker) che, per vari motivi, è piuttosto interessante.

Copertina_Carmilla-2

Innanzi tutto “La vera storia di un vampiro” è una specie di “Carmilla” al maschile: la storia scritta da Joseph Sheridan Le Fanu (1872), infatti, è il primo racconto di vampiri nel quale si narra in modo esplicito (per l’epoca) una liaison fra due persone dello stesso sesso. Stenbock riprende il tema ma lo rovescia: il vampiro e la sua vittima sono due maschi.

In secondo luogo, il racconto di Stenbock, oltre a essere un testo che vanta uno stile linguistico moderno rispetto a quello vittoriano, offre una descrizione del protagonista, il Conte Vardalek, che lo apparenta molto più al Vampiro di John William Polidori (1815) che alle versioni folcloriche e stokeriane del mostro bevitore di sangue.

Infine, ne “La vera storia di un vampiro”, pure se la vicenda, come da tradizione, si svolge in un castello della Stiria, terra vampirica per eccellenza, a un certo punto (unico caso nella letteratura sui signori delle tenebre, che io sappia) si cita Trieste!

Ecco il passo “incriminato”; a parlare è Carmela, figlia del Barone Wronski e sorella di Gabriel, la vittima di Vardalek:

Mio padre divenne sempre più legato al Conte Vardalek. Si faceva aiutare nei suoi studi, e a stento gli permetteva di allontanarsi. Tuttavia il Conte qualche volta partì, dicendo che andava a Trieste: ritornava sempre, portandoci in regalo strani gioielli o tessuti orientali. Conoscevo tantissima gente che era stata a Trieste, anche degli orientali. Nondimeno, c’era in quegli oggetti qualcosa di strano e di magnifico che sapevo impossibile da trovare in un posto come Trieste, noto soprattutto per i negozi di cravatte.

D’accordo, niente di strano che dalla Stiria Vardalek faccia delle capatine (magari a caccia di ulteriori vittime) a Trieste, ma l’ultimo periodo è davvero bizzarro.

Perché un Conte di origine polacca trapiantato a Londra (Stenbock) fa dire a uno dei suoi personaggi che Trieste è famosa presso gli abitanti della Stiria (presumibilmente quella slovena) per i negozi di cravatte?!

Alla fine dell’Ottocento eravamo bravissimi cravattari?

Allora la mia fantasia inizia a galoppare, spinta anche dal fatto che grossa parte del racconto è un flash back e che Carmela Wronski all’inizio sembra “molto triestina”; si presenta, infatti, come un’anziana signora che ha deciso di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla cura degli animali:

Senza dubbio avrete letto sui giornali della “Baronessa e le sue bestie”. Queste pagine vogliono spiegare perché decisi di spendere le mie inutili ricchezze in un ricovero per gli animali smarriti. Ora io sono vecchia; tutto accadde quando ero una ragazzina di circa tredici anni.

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Ritornando alle cravatte, spingo le congetture ben oltre il lecito e immagino che si tratti di un messaggio in codice: il buon Stenbock (del quale Vardalek è la controfigura) potrebbe esser capitato a Trieste e, vista la sua predilezione per i giovanotti “belli e selvaggi” (come Gabriel), aver passato alcune ore liete con dei marinai croati (nel vocabolario Treccani si legge: etimologia: dal francese cravate, adattamento del croato hrvat «croato», quindi propriamente «croata»; in origine nome della sciarpa che nel sec. 17° portavano al collo i cavalieri croati).

O ancora: il buon Stenbock voleva dire che Vardalek era massone (come la maggior parte degli aristocratici dell’epoca e come probabilmente era lui stesso) e, di tanto in tanto, di recava a Trieste per partecipare a riunioni segrete in qualche “negozio” (la “vendita” carbonara e la “cravatta massonica”, il cappio che, secondo alcuni, l’iniziando deve mettere intorno al collo e che simboleggia la sottomissione all’Ordine…).

Insomma, per me l’arcano delle cravatte al momento rimane tale. Un enigma.

Se volete leggere online il racconto di Stenbock e aiutarmi a trovare una possibile soluzione… Non avete che da scriverla nei commenti 😉


“La vera storia di un vampiro” di Stanislaus Eric Stenbock, trad. it. in “Prima di Dracula. Rare storie di vampiri dell’Ottocento”, a cura di Fabio Giovannini, Stampa Alternativa, 1999

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